9/2/2022 | 5 MINUTI DI LETTURA

Nicola Savino confessa: 'L’assenza di mio padre è il mio problema, fino ai 14 anni non c’era mai, poi si è ammalato…’

  • Il conduttore parla del vuoto che si porta dentro a causa dei problemi del genitore
  • Il 54enne, sempre ironico e divertente, mostra il suo lato più intimo

Nicola Savino si mette a nudo e parla del suo lato più intimo. In tv e in radio è sempre scanzonato, ironico, divertente, nella vita di tutti i giorni non è sempre così, anzi. Ha un vuoto enorme che si porta dentro. “L’assenza di mio padre è il mio problema”, rivela al Corriere della Sera.

Nicola Savino confessa: 'L'assenza di mio padre è il mio problema, fino ai 14 anni non c’era mai, poi si è ammalato...'
Nicola Savino confessa: 'L'assenza di mio padre è il mio problema, fino ai 14 anni non c’era mai, poi si è ammalato...'

Sposato con Manuela Suma, padre di Matilda, 15 anni, il conduttore confessa: “Non sono una persona con cui è facile convivere. Sono piuttosto permaloso e ansioso... dormo anche poco e male, di base in due tempi: solitamente qualche ora, poi mi sveglio, magari leggo il giornale in piena notte e alla fine mi riaddormento”. E’ colpa di quel malessere e quella malinconia che l’affligge per la mancanza di papà Francesco: “La sua assenza è il mio problema”

C’è qualcosa di irrisolto nel rapporto col genitore che non c’è più. “Lui lavorava spesso all’estero, in Medio Oriente, per l’Eni. Quando tornava dai suoi lunghi viaggi mi portava delle radio, che io poi smontavo, forse nella speranza di trovarci dentro lui. Da quando sono nato ai miei 14 anni non c’è stato praticamente mai”, spiega Savino.

Il 54enne, sempre ironico e divertente, mostra il suo lato più intimo e parla del vuoto che si porta dentro

Poi il padre si è ammalato. “Ha avuto una depressione fortissima. Si è ammalato proprio quando sono nato io, ma poi è peggiorata. Non è semplice per un figlio crescere con un genitore gravemente depresso. Eppure posso dire con certezza che nonostante la malattia non ha mai fatto mancare a me e alle mie sorelle l’amore”, racconta il presentatore.

Nicola Savino spiega quando ha realizzato che il papà non stava bene: “Da piccolo non avevo gli strumenti per capire cosa fosse quello che allora chiamavano ‘l’esaurimento nervoso’. Tu vuoi che tuo padre giochi con te a pallone, ti porti a vedere la partita... vuoi insomma che sia un padre, ma questo non era possibile. Lo facevano i miei zii, forse provando anche un pizzico di compassione per quel bambino piuttosto solo, visto che le mie sorelle erano più grandi. Crescendo, mi è capitato poi di vedere mio papà in stato confusionale... momenti rari, per fortuna, ma sono successi. Cerco di non pensarci sempre perché mi dò fastidio da solo e l’analisi prova a lenire il problema, ma quando ti manca qualcosa di così importante da piccolo, superarlo non è semplice”.

Il famoso volto della televisione è riuscito più avanti a ricostruire in parte il rapporto con l’uomo: “Negli ultimi 15 anni della sua vita abbiamo recuperato. Con i primi guadagni di ‘Colorado’ gli ho comprato una piccola casetta vicino alla mia: l’ho seguito, accudito, stava bene. Per tutto quel tempo siamo stati molto vicini. Quattro mesi prima che morisse, nel 2014, c’è stata anche questa scena madre, da film, in cui mi ha abbracciato e mi ha detto: ‘Non sono stato un buon padre’. Gli ho risposto che era stato fantastico e l’ho abbracciato a mia volta... Ed è davvero stato così. Lui amava me, io amavo lui. Lui ha avuto dei problemi”.

Il conduttore con la sua famiglia: la moglie Manuela Suma e la figlia Matilda, 15 anni

Nicola Savino di sua madre, che ha cercato di colmare quel vuoto con lui, dice: “Era mamma ed era papà. Lavorava anche lei però doveva badare a tre figli. Adesso capisco tutta la fatica e ho grande stima e ammirazione per i miei. Mi hanno trasmesso una cultura profonda per il lavoro, un grande rispetto. Ancora oggi mi ci rivedo e mi piace anche”.

La donna è morta poco prima che la sua carriera esplodesse. “E’ successo poco prima del mio debutto a ‘Quelli che il calcio’, che era sicuramente la cosa professionalmente più importante che avessi fatto fino a quel momento. L’ho vissuta con addosso il lutto più tragico ma non ne parlavo con nessuno allora. Ero dentro un tunnel e non lo sapevo. Per tutti i primi mesi ero distrutto, come se mi avessero tolto la pelle dal corpo, ma dovevo spingere, andare avanti. I lutti sono difficilissimi da mettere nei cassetti: sono come un cerchio di fuoco attraverso cui tu passi. In quel periodo mi fu molto di conforto anche la religione, che adesso pratico meno. Ero in mezzo al mare e mi sono aggrappato anche a quella cosa”, svela. Piano piano è andato avanti, costruendo la sua carriera e la sua famiglia. Ma il vuoto rimane.

 

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